Hydrangea è un genere di piante che comprende diverse specie di piante legnose arbustive, con fiori riuniti in infiorescenze più o meno sferiche (corimbi o pannocchie), che portano fiori per lo più sterili, sostituiti dai sepali, grandi e petaliformi.
Hydrangea: dal greco = “vaso con acqua”, riferito all’alto fabbisogno idrico della pianta.
Originario principalmente della Cina, Giappone, Corea, Taiwan, Birmania, il genere comprende una novantina di specie, di cui le più conosciute sono:

Hydrangea macrophylla-Ph. Didier Descouens, wikipedia.org

Hydrangea macrophylla-Ph. Hectonichus, wikipedia.org

Hydrangea macrophylla-Ph. I, MJJR-wikipedia.org
💥 Hydrangea macrophylla – originaria del Giappone, questa specie fu importata in Europa nel XVII secolo dal botanico tedesco Engelbert Kaempfer e nominata nel XVIII secolo dal botanico svedese Carl Peter Thunberg.
Nel ‘700, il naturalista inglese Sir Joseph Banks portò dalla Cina una Hydrangea, dalla quale nacquero diverse specie migliorate, che furono poi diffuse in Europa.
Questa specie può raggiungere i 3 metri d’altezza, presenta grandi foglie opposte, e 2 tipi distinti di fiori: numerosi centrali, piccoli, fertili pentameri (composti da cinque elementi, petali o sepali, o multipli di cinque), ed alcuni periferici, grandi, tetrameri (verticilli, calice, corolla, stami, composti da 4 elementi o multipli di 4). Questi ultimi sono solitamente sterili e biancastri, ma anche blu pallido o rosato. I piccoli fiori hanno cinque piccoli sepali verdastri e cinque piccoli petali.
I fiori delle cultivar di Hydrangea macrophylla possono essere blu, rosso, rosa, viola chiaro o viola scuro, ed il colore è influenzato dal pH del suolo.
Un terreno acido (pH inferiore a 7) di solito produce un colore di fiore più vicino al blu, mentre un terreno alcalino (pH sopra 7) produrrà fiori di un rosa, o anche di un colore rosso.
Infatti, i pigmenti floreali cambiano colore in presenza di ioni di alluminio, che possono essere assorbiti in piante iperaccumulanti.
Gli scienziati non capiscono perché questo accade, se sia dovuto alla predazione o per attirare gli impollinatori.
Con le foglie fermentate di Hydrangea macrophylla si prepara Amacha, una bevanda giapponese molto apprezzata.
Le foglie, sempre fermentate ed essiccate, hanno possibili proprietà antiallergiche, epatoprotettive, antidiabetiche.
Questa specie è inclusa nell’elenco delle piante a bassa infiammabilità del servizio antincendio della Tasmania, indicata come adatta per crescere all’interno di una zona di protezione degli edifici.
Macrophylla: a grandi foglie.
Altri nomi: Ortensia, Ortensia a foglia larga, Ortensia ornamentale, Bigleaf hydrangea, French hydrangea, Hortensia, Gartenhortensie.
I due gruppi principali delle cultivar sono chiamati: Lacecap e Morphead.

Hydrangea paniculata-Ph. Cephas, wikipedia.org

Hydrangea paniculata-Ph. Cephas, wikipedia.org

Hydrangea paniculata-Ph. JACLOU-DL, pixabay
💥 Hydrangea paniculata – originaria dell’Asia orientale, questa specie fu così denominata nel 1829 da Philipp Franz von Siebold, un medico, botanico e viaggiatore tedesco.
Cresce nelle foreste, boschetti, valli e pendii di montagna; può raggiungere i 5 metri d’altezza, e presenta foglie ampiamente ovali e dentate; fiori a forma di pannocchia fertili bianco crema, insieme con fiori sterili bianco-rosati, creando così un piacevole effetto bicolor.
Di Hydrangea paniculata esistono molte cultivar, le più note sono Big Ben, Limelight, Phantom, Pink diamond, Pinky Winky, Silver Dollar, Praecox, Vanille Fraise, Bobo.
Questa specie è considerata tossica per l’uomo, i cani ed i gatti se ingerita, poiché contiene glicosidi cianogenici, che possono liberare cianuro nel sistema digerente, causando vomito, diarrea e letargia. Sebbene la tossicità sia generalmente lieve, si consiglia di tenerla fuori dalla portata di bambini ed animali domestici, ed usare guanti durante la potatura.
Paniculata: dal latino = “con infiorescenze ramificate-racemose o cimose, panicolate”.
Altri nomi: Ortensia paniculata, Ortensia conica, Ortensia a pannocchia, Panicled hydrangea, PeeGee Hydrangea, Hydrangea paniculé, Hortensia paniculé, Rispen-Hortensie.

Hydrangea petiolaris- Ph. Sten, wikipedia.org

Hydrangea petiolaris-Ph. A. Barra, wikimedia.org

Hydrangea petiolaris-Ph. David J Stang, wikipedia.org
💥 Hydrangea petiolaris – originaria delle regioni orientali dell’Asia, inclusi Corea, Cina, isola di Sakhalin, Siberia e Giappone, dove cresce naturalmente nelle foreste e lungo i margini dei boschi, arrampicandosi su alberi ed arbusti, è una pianta molto apprezzata per il suo aspetto ornamentale e la sua capacità di coprire superfici verticali con foglie lucide e fiori profumati.
Presenta foglie grandi e lucide; fiori riuniti in infiorescenze a corimbo, costituite da numerosi fiori di colore bianco o crema, piccoli e profumati; fusti legnosi e robusti che si arrampicano sulle superfici grazie a radici aeree, raggiungendo altezze considerevoli, fino a circa 12 metri.
Anche questa specie fu portata in Occidente dal botanico Philipp Franz von Siebold, venendo coltivata in Europa a partire dalla fine del XIX secolo.
Le foglie giovani dell’Ortensia rampicante sono commestibili quando cotte; si degustano come il cetriolo, ed a volte in Giappone vengono aggiunte al miso.
Petiolaris: si riferisce al fatto che la pianta possiede foglie dotate di un picciolo (la parte che unisce la foglia al fusto) lungo e ben visibile.
Altri nomi: Idrangea rampicante, Ortensia rampicante, Climbing hydrangea, Hortensia grimpant, Kletterhortensie, Tsuru-ajisai, Hortensia trepadora.

Hydrangea serrata -Ph. Schorle, wikipedia.org

Hydrangea serrata-Ph. Sabina Bajracharya, wikimedia.org

Hydrangea serrata-Ph. WoreczkoJan, wikipedia.org
💥 Hydrangea serrata – originaria delle regioni montuose di Corea e Giappone, è simile all’Hydrangea macrophylla, tranne il fatto che sia un arbusto più piccolo più compatto con fiori e foglie più piccoli; è anche più resistente.
Infatti, può raggiungere 1,2 m di altezza; ha forma arbustiva con foglie ovali e pannocchie di fiori blu e rosa in estate ed autunno.
In ciascuna pannocchia sono presenti sia i fiori appariscenti (sterili) che quelli meno appariscenti (fertili).
In generale il colore dipende dal tipo di substrato, esattamente come con l’Hydrangea macrophylla, ovvero bluastro in terreni altamente acidi e da lilla a rosa in terreni leggermente acidi o alcalini.
Anche l’Hydrangea serrata ha molte cultivar, tra cui: Diadem, Tiara, Rosalba, Miranda, Bluebird, Grayswood, Shojo.
Conosciuta come la “Madonna degli arbusti”, l’Ortensia di montagna è menzionata nella poesia e nella letteratura giapponese fin dal periodo Nara (710-794 d.C.).
Sebbene storicamente spesso trascurata nei giardini giapponesi a causa della sua diffusione in natura, in seguito è diventata una pianta apprezzata in altre regioni, e poi introdotta in Europa nel 1843.
Grazie alla sua bassa tossicità rispetto ad altri arbusti, è apprezzata per la sua versatilità nei paesaggi.
Come l’Ortensia a foglia larga, è famosa per essere utilizzata nella produzione dell’Amacha (tè dolce), preparato con le foglie fermentate, che viene utilizzato nelle cerimonie che celebrano il compleanno di Buddha.
Serrata: dal latino = “seghettata o dentellata”, per i bordi delle foglie che non sono lisci, ma presentano tanti piccoli “denti”, come una lama di sega. È una caratteristica tipica di questa specie e serve proprio a distinguerla dall’ Hydrangea macrophylla, che ha foglie generalmente più larghe e meno finemente seghettate.
Altri nomi: Ortensia di montagna, Idrangea di montagna, Mountain hydrangea, Tea of heaven, Hortensia des montagnes, Hydrangée dentée, Berg-Hortensie, Hortensia de montaña.

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Come mai l’Hydrangea si chiama comunemente Ortensia?
Una teoria molto diffusa collega il nome al botanico francese Philibert Commerson, che nel XVIII secolo studiò questa pianta e sembra che abbia dedicato il fiore ad una donna chiamata Hortense.
Alcuni dicono che si trattasse di una nobildonna, oppure Jeanne Baret, la sua assistente, che viaggiava travestita da uomo.
Fatto sta, che non esiste però una prova definitiva, quindi resta una storia affascinante ma non certa.
In Cina, alcune Ortensie, soprattutto l’Hydrangea macrophylla, sono chiamate “Fiore degli Otto Immortali”, nome derivato dalla tradizione taoista e dal mito degli Otto Immortali.
Secondo la leggenda, questi otto personaggi mitici attraversarono il mare usando ciascuno un oggetto magico diverso.
L’Ortensia, con le sue infiorescenze tonde e composte da molti piccoli fiori, era una rappresentazione simbolica di unità nella diversità: tanti elementi distinti che formavano un insieme armonioso, proprio come gli Otto Immortali.
Le forze degli Immortali e del Re Drago si scontrarono e, per scusarsi, il Re Drago offrì a sette degli Immortali splendidi fiori di Ortensia.
Per questo motivo, in Cina l’Ortensia è simbolo di unità ed armonia, per i suoi piccoli fiori che simboleggiano individui diversi che formano un insieme.

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In Giappone, una leggenda narra dell’imperatore Saga, che trascurava la donna amata e, per farsi perdonare, le donò delle Ortensie.
Da qui nasce il significato di scuse sincere, gratitudine profonda e sentimenti che cambiano nel tempo.
Non a caso, le Ortensie cambiano colore in base al terreno, diventando simbolo di emozioni mutevoli.
Nel ‘700, in Europa l’Ortensia era simbolo di freddezza emotiva, vanità o orgoglio, amore non corrisposto, probabilmente in quanto produce molti fiori ma pochi semi, quindi veniva vista come “appariscente ma poco sincera”.
Nel XIX secolo, il folklore inglese sosteneva che se una famiglia permetteva alle Ortensie di crescere vicino alla porta d’ingresso, era una “maledizione” per le figlie, che non avrebbero mai trovato marito.
Questa credenza probabilmente derivava, o trovava una giustificazione dal fatto che, all’epoca, l’Ortensia era considerata un simbolo di “arroganza”, “vanità” o “insensibilità”.
Inoltre, poiché quelle coltivate hanno spesso fiori grandi e vistosi, ma sterili, venivano viste come piante che producevano bellezza senza generare semi, cosa che contribuiva alla percezione di vanità o “freddezza”.
In ultimo, gli uomini vittoriani che venivano rifiutati in amore, a volte inviavano Ortensie alle donne, accusandole di frigidità.

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Cosa fare se le avevi già piantate, per spezzare la maledizione?
Il folklore suggeriva che, se le avevi già piantate, potevi evitare la superstizione, se erano Ortensie bianche, associate alla purezza. Oppure blu, considerate portafortuna, nonostante l’associazione negativa con la pianta in generale.
O, semplicemente ignorare la superstizione, come fanno i giardinieri moderni, che spesso le piantano senza preoccuparsene.
La leggenda del “Bokshi Phool” (Fiore della Strega) nasce tra le colline nebbiose di Darjeeling, città dello stato indiano del Bengala Occidentale, sulle colline ai piedi dell’Himalaya, ed è una storia sospesa tra natura, paura e mistero.
Si racconta che, molto tempo fa, in un villaggio montano vivesse una donna solitaria, evitata da tutti.
La gente la chiamava bokshi (strega), perché conosceva le erbe, parlava poco e si aggirava nei boschi anche di notte.
Un giorno, dopo una stagione di piogge intense, vicino alla sua casa cominciò a crescere un fiore mai visto prima: grande, dai colori mutevoli, simile ad un’Ortensia.
Gli abitanti iniziarono a credere che il fiore fosse nutrito dalla sua magia, che cambiasse colore in base agli spiriti presenti nell’aria e che custodisse le emozioni ed i segreti della donna.
Una notte la donna scomparve senza lasciare traccia ed il mattino dopo, il fiore era più rigoglioso che mai, coperto di rugiada anche senza pioggia.
Da quel momento, il fiore fu chiamato Bokshi Phool (Fiore della Strega), si disse che la donna fosse diventata parte della pianta e chi si avvicinava sentiva una presenza silenziosa, né ostile né benevola.
Così, ancora oggi, raccogliere il Bokshi Phool senza rispetto porta sfortuna o strani sogni; lasciarlo crescere indisturbato garantisce protezione alla casa e, infine, si pensa che il fiore appaia soprattutto in luoghi dove la natura è ancora “viva” ed incontaminata.

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L̷͞A̶͠ L͠͞E̸͜G͞͠G̶͜E̷̴N̴͞D̸͜A̸͜ D͜͞E̴͞L̸͠L͞͠’O͟͜R͜͟T͟͝E̸͞N̸͝S̵̶I̸͟A̴̴
Paolo Mantegazza- 1890
«Dal giorno, in cui la Rosa ebbe lo scettro di regina nel Regno dei fiori, essa governò con fermezza, facendosi amare e rispettare dagli innumerevoli suoi sudditi, malgrado i loro umori mutevoli e la loro ben nota nervosità.
Nel suo governo ella si occupava assai più dei fiori modesti e poveri che dell’aristocrazia, amando meglio soccorrere i deboli, che adulare i potenti. A raggiungere questo scopo faceva frequenti viaggi nelle province più lontane del Regno, onde verificare coi propri occhi, se ogni fiore fosse felice; se a nessuno mancasse il suo raggio di luce, la sua gocciola di rugiada.
Un governatore della flora alpina le aveva scritto d’urgenza, che si faceva da qualche tempo una vera strage di Edelweiss in tutte le Alpi dell’Italia e della Svizzera e che se non si fosse provveduto con una legge difensiva e presto, sarebbe ben presto scomparso dalla terra questo fiore poetico delle montagne.
La Rosa, inquieta, aveva subito deciso di partire per le Alpi e dopo aver fatta una la sua piccola valigia, dove soleva mettere un po’ di rugiada e di essenza di sole, era partita a cavallo d’una rondine, lasciando le redini del Governo alla Gardenia, nominata in quello stesso giorno luogotenente del Regno dei fiori.
La Rosa, nelle sue frequenti assenze dalla capitale (che in quel tempo era Firenze), non lasciava sempre il potere nelle stesse mani, ma con sapiente politica evitava le gelosie pericolose, ora eleggendo la Violetta, ora la Gardenia, ora la Reseda ed ora la Ninfea. Aveva dovuto rinunziare a cedere il governo a fiori di sesso maschile, perché una lunga esperienze le aveva dimostrato, essere le donne assai più adatte a maneggiar fiori.
Questa volta l’assenza della Regina durò assai più lungamente che al solito. Mille incidenti se le frapposero nel viaggio e giunta a destino, trovò che l’affare era assai più serio, che non figurasse nel rapporto ufficiale del Governatore della flora alpina.
Nel bel primo giorno del viaggio la rondine, su cui montava, fu presa da un forte raffreddore e la Rosa dovette mutare di cavallo. Poi, quando salita a maggior altezza dovette cambiar la rondine in una cavalcatura più robusta e che meglio resistesse al freddo dei ghiacciai, non trovò aquila in nessuna casa di posta. Esse erano partite per Berlino, per verificare se Bismark meritasse davvero il titolo di aquila, che a piene mani gli davano poeti e giornalisti ufficiosi. Convenne, che la Rosa aspettasse la guarigione di un aquilotto, che s’era scottato un’ala, avvicinandosi con troppo ardimento alle regioni dei fulmini.
Poi, giunta che fu la Regina al piede dei ghiacciai, volle, accompagnata dal Governatore, visitare ogni fessura di roccia, ogni tappeto di Borracina; persuadendosi, che purtroppo gli esosi mercanti di curiosità alpine, avevano saccheggiato le Alpi, onde fornire ai falsi alpinisti gli Edelweiss, dei quali si fregiano i loro cappelli, vergini d’ogni bufera iperborea e d’ogni neve di ghiacciaio.
Non potendo la Rosa comandare agli uomini, dovette riunire a consiglio i più barbuti e vecchi Edelweiss, per sapere, quali misure dovessero prendersi per la conservazione della loro specie.
Vi fu qualche sciocco, che propose di ingrassare riccamente le giovani pianticelle, perché dessero maggior numero di fiori; vi fu chi consigliò di adottare la moltiplicazione per margotte o per talea; chi suggerì ingegnosi artifizi per crescere il numero dei semi. Un oratore eccentrico suggerì di mutare il colore al fiore, levandogli il velluto dei suoi peli, onde non seducesse più la curiosità dei viaggiatori.
La Rosa crollò sempre il suo capo a tutte queste proposte, mostrando con molta evidenza, che nessuna di esse le conveniva.
-L’Edelweiss è fiore delle nevi e dei ghiacciai; è originale nella forma, nel colore, in ogni suo atteggiamento. Deve vivere com’è o rassegnarsi a sparire. Se l’arte venisse a moltiplicarlo troppo, perderebbe ogni valore. Pochi ma eletti deve essere la sua insegna. Io propongo che di qui innanzi voi non abbiate più a nascere lungo le vie, dove pastori ed alpinisti molli possano trovarvi facilmente, e neppur nei prati, dove pascolano le capre; ma abbiate a ridurvi nei più inaccessi burroni, sulle pareti più inospiti delle rocce, nei declivi degli abissi più precipitosi; e dove solo qualche temerario possa cogliervi per farne dono alla sua bella. Così si serberà la vostra specie e il dono d’un vostro fiore sarà patente di coraggio.-
Piacque la nobile proposta della Regina agli Edelweiss colà convenuti e nello stesso giorno fu steso il Decreto che minacciava di gravi multe ed anche del carcere (in caso di recidiva) tutti quei fiori pigri o paurosi, che avessero continuato a crescere nei prati accessibili o lungo i facili sentieri delle Alpi.
La Rosa, stanca delle lunghe peregrinazioni fatte in quei giorni sui più scoscesi dirupi del monte, mandò un messaggio a Firenze, dicendo che fra una settimana sarebbe ritornata; volendo riposarsi alcuni giorni nella capanna d’una pianticella a lei da molti anni amicissima.
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Appena giunse il messaggio della Regina, portato da una rondine, Gardenia riunì il Parlamento, per proporre, che data la lunga assenza della Regina e i pericoli da lei corsi nel lungo e disastroso viaggio e saputo i risultati benefici da lei ottenuti per la conservazione di uno dei sudditi più benemeriti, si dovesse fare una gran festa per solennizzare il ritorno di Rosa.
La festa doveva essere famigliare e paesana. Non colpi di cannone, non fuochi d’artifizio; ma un accorrer di fiori lungo la strada, che avrebbe percorso la Regina. Nulla di artificioso o di falso; proibiti sotto le pene più severe i fiori falsi; fossero poi di carta, di stoffa o di penne. Ognuno venisse con ciò che aveva di meglio in casa; chi per la stagione non avesse fiori, facesse festa delle proprie foglie, né si profumasse con essenze o acque aromatiche. Dopo il ricevimento a Pitti vi sarebbe un gran ballo di petali e pistilli e in bicchieri di Convolvoli e di Ipomee si servirebbe miele e nettare di fiori.
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Fissato l’ordine della festa, ogni fiore cercò di pettinarsi, di lavarsi, di fare un po’ di toeletta per mettersi sulla lunga strada, che da Porta San Gallo avrebbe portato la Regina a Palazzo Pitti.
Nulla era falso o artificioso, chè la gioia di rivedere l’amata sovrana bastava a rendere più belli tutti quei fiori accorsi da ogni parte del Regno.
Una pianta sola ruppe la consegna e disubbidì a decreto di Gardenia e fu l’Ortensia.
Pianta goffa e gonfia di vanità, che per eccessivo orgoglio, si teneva nascosta negli angoli più umidi e ombreggiati dei boschi e dei giardini e che solo di quando in quando nel tardo autunno dava dei fioretti rosei o violacei, senza alcuna bellezza e senz’alcun profumo.
Pareva modesta ed era invece superbissima, standosi lontana dai confronti per paura, non per fierezza.
Questa volta però la lunga vanità, sempre sterile di gioia, ispirò all’Ortensia un maligno pensiero. Sapendo, che la Regina avrebbe fatto la sua entrata trionfale in città verso sera, andò dal primo fabbricatore di fiori artificiali e si fece fare quindici o venti mazzi rotondi di fiori rosati, che parevano globi di rose ad una certa distanza. E dopo averli legati ingegnosamente ai suoi rami, si collocò così fiorita proprio sulla porta del palazzo, ostentando la pompa dei suoi fiori di carta. Essa era sicura di chiamare sopra di sé l’attenzione della Regina e già le batteva il cuore, pensando alla Commenda o al Gran Cordone, che avrebbe ricevuto in un premio alla Sovrana.
Venuta la sera, Rosa fece il suo ingresso trionfale in Firenze e dil suo attacco poteva a male pena aprirsi il passo attraverso la folla dei fiori, che le facevan cordone dall’una parte e dall’altra delle vie, esalando un profumo soavissimo di calda primavera fra le grida:
-Evviva la nostra Regina! Evviva Rosa! Evviva in eterno per tutti i secoli dei secoli!”
Rosa era adagiata in un’immensa corolla di candidissimi Floripondi (Brugmansia) peruviani, che le serviva da carrozza e questa era tirata da 8 colibrì della Nuova Granata, che alle fiammelle del gas brillavano come scrigni di diamanti, di smeraldi e di rubini.
La Regina si inchinava, con una grazia indicibile a tutte quelle grida e salutava a destra e a sinistra, ammirando i fiori più belli o più profumati.
Impiegò ben quattro ore per attraversare la città e quando giunse a Pitti, la notte era già buia e si distinguevano appena le forme e i colori delle corolle, che le facevano una festa così sincera e spontanea.
Giunta alquanto stanca alla porta del Palazzo, rimarcò subito gli immensi mazzi, che l’Ortensia ostentava sul suo folto cespuglio.
Essa non aveva mai veduto quel fiore e rivoltasi alla Violetta, che la accompagnava nel fondo della carrozza, come dama di corte:
-Violetta, guarda un po’ quell’immenso fiore. Lo conosci tu forse?
-Maestà, io non l’ho mai veduto.-
La Regina fece fermare il cocchio e si rivolse all’Ortensia:
-Come ti chiami?
-Ortensia.
-Io non ti ho mai veduta fino ad ora. Donde vieni?
-Vengo dai boschi di Vallombrosa, e fiorisco per la prima volta per far festa alla mia adorata Regina.-
Questa saltò leggera leggera dalla carrozza e volle accarezzare l’Ortensia. Ne ritrasse però subito la mano, come se avesse toccato un serpente.
-Ma, Ortensia, i tuoi fiori sono di carta!…
-Maestà….
-Gardenia, Gardenia, che cos’è questo intruso, che proprio
sulla porta del mio palazzo, osa ostentare la menzogna dei suoi fiori di carta?
-Maestà, io non saprei dirlo. Avevo proibito sotto le pene più severe, che alcun fiore artificiale si presentasse alla vostra festa…Io sono proprio confusa.-
E così dicendo Gardenia volle anch’essa colle proprie mani toccare i grandi globi dell’Ortensia, che anche in mezzo alle tenebre facevano pompa della loro carta pitturata.
L’Ortensia avrebbe voluto sprofondare a mille metri, e vergognosa della collera della Regina, sotto gli sguardi di tanti curiosi, che le facevano folla all’intorno, diveniva d’un rosso livido, d’un ceruleo di asfissia.
La Rosa si rizzò sul suo stelo, resa ancor più bella pel magnanimo sdegno:
-Ortensia, tu hai violato le leggi, che governano il mio Regno, tu hai disubbidito ad un’ordinanza della mia luogotenente, la Gardenia. Per vanità hai disonorata la festa ed oltraggiato te stessa…Tu devi esser punita. Di qui innanzi fiorirai nei recessi più ombrosi e celati dei nostri giardini e i tuoi fiori, anche veri, sembreranno sempre di carta. Essi avranno forma volgare e il loro odore sarà cattivo: nessun giardiniere li coglierà pei suoi mazzi, nessun amante li darà alla sua bella. Come oggi hai voluto essere, così lo sarai sempre, un fiore di parata e nulla più…-»

Hydrangea paniculata-Ph. KENPEI, wikipedia.org
Nel mondo occidentale, l’Ortensia simboleggia bellezza, grazia e femminilità, con i suoi petali eleganti ed il suo aspetto delicato è una perfetta rappresentazione di queste qualità.
È inoltre considerata simbolo di comprensione ed unità, cosa che la rende un regalo premuroso per esprimere amore e gratitudine.
Il significato dei colori dell’Ortensia è uno degli aspetti più affascinanti di questo “fiore della pioggia”, perché ogni tonalità trasmette un messaggio diverso.
💗 Rosa: sono legate all’amore romantico, tenerezza ed affetto sincero, femminilità. Sono perfette per esprimere sentimenti dolci e relazioni intime.
💙 Blu: simboleggiano scuse sincere, comprensione e pace interiore. Sono spesso associate al pentimento ed alla gratitudine profonda.
🤍 Bianco: rappresentano purezza, eleganza e nuovi inizi. Sono molto usate in matrimoni ed occasioni formali.
💜 Viola / Lilla: indicano mistero, spiritualità e desiderio di comprensione profonda. Spesso vengono scelte per trasmettere fascino ed introspezione.
💚 Verde o con sfumature verdi: richiamano rinascita, equilibrio e prosperità. Sono simbolo di rinnovamento ed armonia.

Radice di Ortensia by Herbsmart-Etsy
In Esoterismo, l’Ortensia è associata a proprietà magiche quali la rottura di incantesimi (hex-breaking), la protezione, l’attrazione dell’amore, la fedeltà ed il ritorno di un amante, e viene utilizzata in rituali per la guarigione emotiva e lo sviluppo psichico, spesso tramite l’uso della radice o dei fiori secchi.
La radice di Ortensia è un’erba magica fidata per sciogliere incantesimi, spezzare maledizioni e reindirizzare energie negative. I praticanti di magia la utilizzano per stabilire confini solidi, rimuovere sortilegi o ristabilire fedeltà e comprensione nelle relazioni.
È anche una classica sostituta della radice di Iris nella magia d’amore, così da essere un’alleata versatile nella pratica spirituale.
Spargi la radice di Ortensia sulle soglie per protezione, aggiungila ai sacchetti mojo per fedeltà, o bruciala con l’Issopo per rafforzare il lavoro di purificazione
Puoi spargerla anche intorno ai bordi dei tuoi Cerchi magici, per creare una barriera protettiva contro qualsiasi cattiva energia.
Per protezione e rilascio di negatività, usa l’Ortensia per spezzare incantesimi negativi, difenderti e rimuovere la sfortuna.
Puoi piantarla intorno alla tua casa, per proteggerla da furti, o da tutto ciò che può danneggiare il tuo spazio o proprietà.
Oppure usala per pulire la tua casa per bandire gli spiriti, sbarazzarti di mojo malefici, o rompere maledizioni esagonali sulla proprietà.

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Per sentimenti e fedeltà, usa l’Ortensia in rituali per attrarre l’amore sincero o per far tornare un amante perduto.
Usala in incantesimi o relazioni riguardanti i confini con gli amanti o gli amici attuali o precedenti.
Oppure, in rituali per aiutare ad aggiungere un’altra barriera tra te e la persona da cui ti sta cercando di separare.
E’ altresì utile nei legamenti per legare una persona, in quanto crea forti scudi di energia che sono difficili da rompere, e può aiutare a mantenere una persona dove vuoi tu.
I petali o la radice di Ortensia possono essere inseriti in sacchetti magici (charm bags), posizionati sull’altare o usati per infusi rituali, soprattutto mentre si fa una lettura o un altro lavoro psichico, per aumentare la consapevolezza.
Sono perfetti anche per aumentare la connessione spirituale, in quanto associati a concetti di immortalità, delicatezza e cognizione, soprattutto per offrirlo alle divinità affiliate alla luna.
L’Ortensia è adatta nei lavori con le Fate, per decostruire modelli karmici impegnativi, per reindirizzare maledizioni, attacchi psichici e ristrutturare il tuo campo energetico.
Buona per ridurre gli incubi e migliorare la Magia dei sogni.

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PIANETA: Luna – Giove
ELEMENTO: Acqua
SEGNO ZODIACALE ASSOCIATO: Cancro – Pesci
CHAKRA: 6, Ajna (C. del Terzo Occhio)

