Urtica è un genere di piante erbacee originarie di Eurasia ed Africa settentrionale, appartenenti alla famiglia delle Urticaceae, diffuse in tutto il mondo, che comprende circa una settantina di specie.
In Italia, fino a 1800 mt di quota, si trovano le seguenti specie:

Ortica comune-Ph. Rutger Barendse- www.freenatureimages.eu
💢 Ortica comune (Urtica dioica), alta fino a 2 metri, la più diffusa.

Ortica membranosa-Ph. Ixitixel-wikipedia.org
💢 Ortica membranosa (Urtica membranacea), diffusa in Italia centrale e meridionale.

Ortica a campanelli-Ph. Donald Hobern-wikipedia.org
💢 Ortica a campanelli (Urtica pilulifera), diffusa nelle zone costiere.

Ortica minore -Ph. Rutger Barendse-www.freenatureimages.eu
💢 Ortica minore (Urtica urens), alta fino a 30 cm, diffusa nel nord e nelle isole.

Ortica rupestre-Pixabay.jpg
💢 Ortica rupestre (Urtica rupestris), endemica della Sicilia.

Ortica verde-scura–Ph. Pancrat, wikidata.org
💢 Ortica verde-scura (Urtica atrovirens), alta fino a 90 cm, diffusa in Toscana e Sardegna.

Ortica a campanelli-Ph. C-T Johansson-wikipedia.org
Urtica: dal latino “urere” = “bruciare”, per la presenza di peli urticanti.
Dioica: dal greco “due case”, in quanto i fiori femminili e quelli maschili sono portati da piante distinte. I fiori femminili sono raccolti in lunghe spighe pendenti, mentre i fiori maschili sono riuniti in spighe erette.
Urens: dal latino “urĕre” = “bruciare”.
Atrovirens: dal latino “verde scuro” o “nerastro”.
Pilulifera: dal latino, “che porta pillole” o “portatrice di pallottoline”.
Altre lingue: Pitzianti, Fustikale, Pistiddori, Occiau, Nettle, Stinging nettle, Ortie, Grande ortie, Brennnessel, Ortiga, Urtiga, Kopriva, Nesle.

Urtica thunbergiana- Ph. Ping an Chang-wikipedia.org
Per la somiglianza delle foglie, l’Ortica spesso viene confusa con le piante del genere Lamium, come ad esempio la Falsa Ortica, che tuttavia non irritano se toccate e i cui fusti e fiori sono marcatamente differenti.

Falsa Ortica- Ph. Hans-Pixabay
La maggior parte delle specie possiede numerosi peli che, toccati, causano un forte prurito, per la presenza di liquido caustico e, forse proprio per questo, per lungo tempo l’Ortica è stata una pianta disprezzata quando, invece, possiede proprietà benefiche.
Per esempio, dove è presente l’Ortica, il terreno è più ricco e le piante vicine prosperano; inoltre, se viene aggiunta al cumulo del concime, ne accelera la maturazione.
In campagna si mescola l’Ortica tritata al mangime per le galline, per migliorare la produzione di uova.
Il decotto o il macerato di Ortica ha effetto antiparassitario sulle piante di casa e dell’orto.
Previa bollitura, è usata per le minestre ed i risotti o le frittate; si può utilizzare come sostitutiva in tutte quelle pietanze che utilizzano spinaci, perché ha un gusto astringente e leggermente acidulo, molto gradevole.
I soldati romani si percuotevano il corpo con le Ortiche nei luoghi con clima rigido, poiché l’urticazione causava un effetto riscaldante; e questa pratica evolse in un trattamento tutt’ora in uso per curare l’anchilosi articolare.

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L’Ortica, grazie alla clorofilla che è contenuta in quantità eccezionale, veniva usata come colorante per i tessuti delicati, in quanto le foglie tingono di verde, mentre le radici di giallo.
Questa pianta ha una lunga storia nel campo tessile per la produzione di fibre utilizzate per vestiti, carta, teli, sacchi e cordami.
Addirittura, in Danimarca sono stati scoperti sudari funebri prodotti con l’Ortica, risalenti all’Età del Bronzo.
Nel Medioevo, veniva battuta e sfibrata per essere usata per tessere stoffe simili alla canapa o al lino.
La coltivazione industriale iniziò dal XIX secolo, e durante la prima Guerra mondiale fu utilizzata in Europa come sostituto del cotone per poi terminare con l’arrivo di tessuti più economici, dopo la seconda Guerra mondiale.

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I semi di Ortica sono edibili, altamente nutrienti (ricchi di proteine, ferro, vitamina E) e si possono utilizzare freschi, essiccati o tostati per arricchire insalate, müesli, pane, zuppe ed infusi.
Con il loro gusto delicato, leggermente nocciolato, sono considerati un “superfood” naturale, un tonico per l’organismo, utile per combattere stanchezza e stress.
Vanno raccolti verso settembre, dalle piante di Ortica femmina, per essere consumati freschi, tostati in padella per un sapore più intenso, o essiccati per conservarli a lungo.
Invece, le altre parti della pianta è meglio raccoglierle all’inizio della primavera, indossando i guanti, poiché i peli sullo stelo causano un’intensa irritazione cutanea per 24 ore.
Ricca di vitamine A, C, K e vitamine del gruppo B, insieme a minerali come calcio, magnesio e potassio, l’Ortica è tradizionalmente utilizzata per alleviare le allergie, le infiammazioni articolari e come tonico del sangue, grazie all’elevato contenuto di ferro e clorofilla.

Ortica rupestre-Ph. Hans, Pixabay
ATTENZIONE: Sebbene sicuri per la maggior parte delle persone, un uso eccessivo dei semi di Ortica può irritare il tratto digestivo. È bene consultare un medico in caso di gravidanza, allattamento o patologie renali. La pianta, invece, è generalmente sicura e ben tollerata, ma il suo consumo (specie in integratori) o contatto può causare effetti collaterali.
Nella mitologia, l’Ortica era chiamata “Donnernessel”, ovvero “Ortica del Tuono”, in quanto era associata al dio norreno del tuono e del lampo, Thor, ed al Diavolo celtico.
Quindi, durante i temporali o le intemperie, i viaggiatori gettavano mazzi di Ortica nel fuoco come offerta a Thor, pregandolo di proteggerli dai fulmini, lampi e tuoni.
Spesso collegata al regno infuocato di Múspellsheimr (“Terra delle Fiamme”), italianizzato in Musplemmo, dimora dei Giganti del Fuoco (chiamati anche “figli di Muspell”) e del loro capo, Surtur, si credeva che bruciare l’Ortica allontanasse la sfortuna o, che le sue foglie secche ed arrotolate restituissero al mittente le maledizioni.

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Il folklore rappresenta l’Ortica anche come dimore delle fate e la si ritrova in molti racconti, come per esempio “I cigni selvatici” di Hans Christian Andersen:
« Molto lontano da qui, dove le rondini volano quando arriva l’inverno, viveva un re con undici figli ed una figlia, Elisa.
Gli undici fratelli, che erano principi, andavano a scuola con la stella sul petto e la spada al fianco; scrivevano su una lavagna d’oro usando punte di diamante e sapevano leggere bene i libri e recitare a memoria.
La loro sorella, Elisa, stava seduta su uno sgabellino di cristallo e guardava un libro di figure che valeva metà del regno.
Il padre si risposò con una principessa cattiva, che non amava affatto quei poveri bambini, e loro dovettero accorgersene fin dal primo giorno.
Ai castello c’era una grande festa ed i bambini giocavano a farsi visita, ma invece di dar loro tutte le torte e le mele al forno che riuscivano a mangiare, la matrigna gli diede solo della sabbia nelle tazze da tè e disse di far finta che fosse qualcosa di buono.
La settimana successiva trasferì Elisa in campagna da alcuni contadini e non passò molto tempo che riuscì a far credere al re cose molto brutte sui poveri principini, così che egli non si preoccupò più di loro.
“Volatevene via per il mondo ed arrangiatevi da soli!” disse la regina cattiva. – “Volate via come grandi uccelli senza voce!”
Appena proferì queste frasi, i principini si trasformarono in undici bellissimi cigni selvatici e, con uno strano verso, si sollevarono in volo ed andarono via dal castello verso il parco ed il bosco.
Era ancora mattino presto quando arrivarono alla casa dei contadini in cui abitava la sorellina Elisa, che però dormiva ancora, e non li sentì!
Dovettero quindi riprendere il volo, in alto verso le nubi, lontano nel vasto mondo, finché giunsero ad un’immensa ed oscura foresta che si stendeva fino alla spiaggia.
La povera Elisa giocava nella casa dei contadini con una foglia verde non avendo altri giocattoli, ed aveva tantissima nostalgia dei suoi dolci fratelli.
Passarono i giorni, uno uguale all’altro e, quando soffiava tra i cespugli di rose davanti alla casa, il vento sussurrava alle rose: “Chi può essere più grazioso di voi?” e le rose scuotevano la testa e dicevano: “Elisa”.
Quando compì quindici anni, Elisa venne richiamata al castello e, appena la matrigna la vide così bella, cominciò ad odiarla crudelmente.
Avrebbe voluto trasformare anche lei in cigno selvatico, proprio come i fratelli, ma non osò farlo, perché il re voleva vedere la figlia.
Di primo mattino la regina si recò nel bagno, costruito in marmo e decorato con soffici cuscini e bellissimi tappeti.
Lì prese tre rospi, li baciò e disse al primo: “Mettiti sulla testa di Elisa, quando entrerà nella vasca da bagno, e rendila indolente come te! Tu invece devi saltarle in fronte” disse al secondo rospo “così che diventi orribile come te e suo padre non la riconosca! E in quanto a te, devi metterti sul suo cuore” sussurrò al terzo animale “e renderla tanto malvagia che ne soffra lei stessa!”.
Così, fece scivolare i tre rospi nell’acqua limpida, che subito divenne verdognola; poi chiamò Elisa, la svestì e la fece entrare nella vasca da bagno.
Mentre lei si immergeva i tre rospi saltarono uno sul suo capo, uno sulla fronte e l’ultimo sul cuore, ma Elisa sembrò non accorgersene neppure.
Quando si rialzò, galleggiavano nell’acqua tre papaveri rossi, poichè così si sarebbero trasformati se non fossero stati baciati dalla matrigna-strega.
Quindi, divennero comunque Fiori, soltanto perché avevano riposato sul suo capo e sul suo cuore: Elisa era così pura ed innocente che i sortilegi non avevano alcun effetto su di lei.
Quando la cattiva regina vide ciò, spalmò la ragazza con succo di noci, per scurirle la pelle; poi le unse il viso con un unguento puzzolente e le arruffò i capelli: ora era assolutamente impossibile riconoscere le bella Elisa.
Infatti suo padre, vedendola, inorridì e dichiarò che quella non poteva essere sua figlia.
La povera Elisa cominciò a piangere pensando ai suoi undici fratelli che erano lontani, malinconicamente uscì dal castello e camminò per tutto il giorno per campi e paludi, finché giunse nel grande bosco, spaesata e piena di nostalgia per I suoi Fratelli.
Pensò che anche loro fossero stati scacciati dal castello, pertanto decise che li avrebbe ritrovati a tutti i costi.
Era giunta da poco tempo nel bosco, quando sopraggiunse la notte; aveva perso la strada e così sedette sul morbido muschio, recitò la preghiera della sera ed appoggiò la testa ad un tronco d’albero.
Nell’aria quieta della sera, sull’erba e tra il muschio si accendevano centinaia di lucciole; quando Elisa con delicatezza sfiorò un ramoscello con la mano, quegli insetti luminosi caddero su di lei come stelle.
Per tutta la notte sognò i suoi fratelli, sognò di quando da bambini giocavano insieme e di tutte le loro avventure.
Quando si svegliò, il sole era già alto nel Cielo, nonostante lei non riuscisse a vederlo, perché gli alti alberi si allargavano sopra di lei con rami fìtti e folti, ma i raggi penetravano tra le foglie formando un velo d’oro svolazzante.
C’era un buon profumo d’erba e gli uccelli quasi si posavano sulle sue spalle, tra il gorgoglio dell’acqua delle diverse sorgenti che sfociavano in un laghetto con il fondo di bellissima sabbia. Tutt’intorno crescevano fitti cespugli, ma in un punto i cervi avevano creato un’apertura e da lì Elisa arrivò fino alla riva.
Quando vide riflesso il proprio volto Elisa si spaventò, tanto era nera e brutta, ma non appena si toccò gli occhi e la fronte con la mano bagnata, subito la pelle chiara ricomparve.
Così, ella trascorse tanti giorni vagando nel bosco senza sapere dove andare, alla ricerca dei suoi fratelli, alternando il suo umore tra speranza e sconforto.
Un giorno quando si risvegliò , s’incamminò ma, dopo pochi passi, incontrò una vecchia che portava bacche selvatiche in un cestello. Questa gliele offrì ed Elisa le chiese se aveva visto undici principi cavalcare per il bosco.
“No” rispose la vecchia “ma ieri ho visto undici cigni con una corona in testa, che nuotavano nel fiume che passa qui vicino!”, e condusse Elisa verso un pendio in fondo al quale scorreva un fiume.
Non sapendo come proseguire, Elisa cominciò a guardare gli innumerevoli ciottoli che si trovavano sulla spiaggia, l’acqua li aveva tutti levigati, vetro, ferro, pietra, tutto quello che era stato depositato sulla spiaggia era stato levigato dall’acqua, che pure era molto più delicata della pelle delle mani.
“L’acqua è instancabile nel suo lavoro e così riesce a smussare gli oggetti più duri; anch’io voglio essere altrettanto instancabile! Grazie per quanto mi avete insegnato, chiare onde fluttuanti, un giorno, me lo dice il mio cuore, voi mi porterete dai miei cari fratelli!”
Tra i relitti portati dalle onde, c’erano undici bianche piume di cigno, che lei raccolse e ne fece un mazzetto.
Mentre il sole tramontava, Elisa vide undici cigni bianchi con le corone d’oro in testa volare verso la riva, quindi si arrampicò sulla scarpata e si nascose dietro un cespuglio: i cigni si posarono vicino a lei e sbatterono le loro grandi ali bianche.
Non appena il sole scomparve nel mare, i cigni persero il loro manto di piume ed apparvero undici bellissimi principi, i fratelli di Elisa e lei si precipitò nelle loro braccia chiamandoli per nome.
Loro, riconoscendo la sorellina che si era fatta così grande e bella, si rallegrarono immensamente: ridevano e piangevano, e subito si resero conto di quanto la matrigna fosse stata cattiva con loro.
“Noi fratelli” spiegò il più grande “voliamo come cigni finché è giorno; non appena il sole è calato, assumiamo le sembianze di uomini: per questo dobbiamo badare bene ad avere un luogo per posare i piedi, quando è l’ora del tramonto. Infatti, se in quel momento stiamo ancora volando tra le nuvole, diventando uomini, precipiteremmo giù. Noi non abitiamo qui, c’è un altro paese altrettanto bello, dall’altra parte del mare; ma la strada per arrivare fin là è lunga, dobbiamo attraversare l’immenso mare e non c’è neppure un’isola su cui posarci e passare la notte, solamente un unico scoglio, molto piccolo, che affiora: soltanto stringendoci riusciamo a starci tutti e, quando il mare è mosso, l’acqua ci spruzza, ma nonostante ciò ne ringraziamo Dio. Lì passiamo la notte nelle sembianze di uomini e senza quello scoglio non potremmo mai rivedere la nostra cara terra natale, perché utilizziamo i due giorni più lunghi dell’anno per compiere il viaggio. Solo una volta all’anno ci è permesso visitare la nostra patria e possiamo restare qui solamente undici giorni. Allora voliamo sopra questa grande foresta e rivediamo il castello dove siamo nati e dove nostro padre ancora vive, scorgiamo anche il campanile della chiesa dove nostra madre è sepolta.
Possiamo rimanere ancora due giorni, poi siamo costretti a partire per quella bella terra, che però non è la nostra patria! Come facciamo a portarti con noi? Non c’è una vela né una barca!”
Continuarono a parlare per quasi tutta la notte, dormendo solo poche ore, ed Elisa fu svegliata dal rumore delle ali dei cigni, che sibilavano sopra di lei.
I suoi fratelli si erano già trasformati di nuovo e presto scomparvero; ma uno di loro, il più giovane, rimase con lei, posò il suo capo di cigno sul suo grembo e lei gli accarezzò le bianche ali. Rimasero insieme tutto il giorno, verso sera ritornarono gli altri, e quando il sole scomparve ripresero la loro forma umana.
“Domani partiremo e non potremo tornare prima che sia passato un anno intero, ma non possiamo lasciarti così! Hai il coraggio di venire con noi? Le nostre braccia sono abbastanza robuste da portarti per il bosco, quindi anche le ali saranno abbastanza forti da portarti con noi sul mare!”
“Sì, portatemi con voi!” supplicò Elisa.
Per tutta la notte intrecciarono una rete con la corteccia flessibile del salice e dei giunchi pieghevoli, e la rete riuscì grande e robusta; Elisa vi si adagiò sopra e quando il sole sorse, i fratelli si trasformarono in cigni selvatici, afferrarono la rete con il loro becco e si sollevarono tra le nuvole con la cara sorellina che ancora dormiva.
Erano già lontani dalla riva quando Elisa si svegliò, accorgendosi di essere trasportata sul mare, così in alto nel cielo.
Al suo fianco si trovavano un ramoscello di belle bacche mature e un mazzetto di radici saporite raccolte dal suo Fratello più giovane.
Volarono per tutto il giorno come frecce nell’aria, ma il tempo peggiorava e la sera si avvicinava, tra la preoccupazione di Elisa che ancora non si riusciva a scorgere lo scoglio per atterrare.
Una volta tramontato il sole, sarebbero diventati uomini, sarebbero precipitati nel mare ed affogati.
All’improvviso i cigni si abbassarono così rapidamente che lei credette di cadere, poi si rialzarono nuovamente, ma poi lei scorse sotto di sé un piccolo scoglio.
Atterrarono, il suo piede toccò la dura roccia, proprio mentre il sole soffocava l’ultima scintilla della sua carta incendiata, ed Elisa vide intorno a sé i fratelli che si tenevano per mano, non c’era altro spazio oltre a quello occupato da lei e da loro.
All’alba, l’aria era di nuovo calma e limpida, e non appena comparve il sole, i cigni ed Elisa ripresero il volo.
Quando il sole fu più alto, Elisa vide davanti a sé una montagna quasi sospesa nell’aria, tra le cui rocce luccicavano i ghiacciai e nel mezzo si innalzava un castello lungo miglia e miglia, cinto da arditi colonnati sovrapposti, con boschi di palme e fiori meravigliosi, grandi come ruote di mulini, circondavano ondeggiando il castello.
Nonostante fosse tutto bellissimo, era il mutevole castello di nuvole della Fata Morgana, e nessun uomo vi poteva entrare.
Elisa lo osservò con attenzione: le montagne, i boschi ed il castello stesso crollarono in un attimo ed apparvero venti chiese superbe, tutte uguali tra loro, che subito dopo si trasformarono in una flotta di navi che navigavano sotto di lei.
Guardò più attentamente e vide solo la nebbia del mare sospinta dal vento, insomma stava assistendo ad una continua trasformazione; ma infine avvistò la vera terra che dovevano raggiungere, dove si innalzavano splendide montagne azzurre, con boschi di cedro, città e castelli.
Molto tempo prima che il sole tramontasse, Elisa si trovò seduta su una roccia davanti ad una grande grotta nascosta da verdi piante rampicanti sottili come tende ricamate.
“Stanotte vorrei poter sognare come fare a salvarvi!” disse la fanciulla, e quel pensiero la occupò completamente, tanto che anche nel sonno continuò a pregare.
Ad un certo punto, le sembrò di volare fino al castello di nuvole della Fata Morgana, la quale le andò incontro, bella e scintillante, nonostante assomigliasse proprio alla vecchietta che le aveva dato le bacche nel bosco e le aveva raccontato dei cigni con la corona d’oro.
“I tuoi fratelli possono essere salvati!” esclamò la fata “ma tu sarai abbastanza coraggiosa e perseverante? Vedi questa Ortica che ho in mano? Di queste ne crescono tante vicino alla grotta dove dormi. Ma ricordati, solo queste piante e quella che cresce tra le tombe del cimitero possono essere usate, tu dovrai raccoglierle, anche se ti bruceranno la pelle e te la copriranno di bolle, poi dovrai pestarle con i piedi per ottenerne la fibra: con questa dovrai tessere undici tuniche e gettarle sugli undici cigni selvatici; solo così l’incantesimo verrà rotto. Ma ricorda, dal momento in cui comincerai questo lavoro fino a quando non sarà finito, e possono passare anni, non dovrai più parlare; la prima parola pronunciata trapasserebbe come un pugnale il cuore dei tuoi fratelli. Dalla tua lingua dipende la loro vita. Ricorda tutto quel che ti ho detto!”
Intanto sfiorò con l’Ortica la mano di Elisa e, a quella sensazione di fuoco acceso, Elisa si svegliò, notando che era già giorno e che vicino al suo giaciglio c’era un’Ortica, proprio come quella vista nel sogno.

by Elenore Abbott
Allora uscì dalla grotta per cominciare il suo lavoro.
Con le sue manine delicate colse quelle orribili Ortiche che sembravano infuocate; grosse bolle le si formarono sulle mani e sulle braccia, ma lei soffriva volentieri se questo poteva salvare i suoi cari fratelli.
Pestò ogni pianta di Ortica con i piedini nudi e ne ricavò la verde fibra.
Quando il sole tramontò giunsero i fratelli, che si spaventarono nel vederla così silenziosa, tanto da pensare che si trattasse di un nuovo incantesimo della matrigna cattiva.
Ma, quando videro le sue mani, capirono quel che lei stava facendo per la loro salvezza, ed il più giovane dei fratelli pianse: dove cadevano le sue lacrime scompariva il dolore e sparivano le bolle brucianti.
Elisa trascorse tutta la notte al lavoro, perché non poteva trovare pace prima di aver salvato i cari fratelli; passò tutto il giorno dopo da sola, dato che i cigni s’erano allontanati, ma il tempo volò.
Una tunica era già finita ed ora iniziava la seconda ma, improvvisamente risuonarono i corni da caccia tra le montagne e lei si spaventò, sentendo i cani abbaiare.
Terrorizzata, si rifugiò nella grotta, legò in un fascio le Ortiche che già aveva raccolto e pestato e vi sedette sopra.
In quel momento comparve dalla macchia un grosso cane, seguito da un altro e da un altro ancora, che abbaiavano forte, tornavano indietro e comparivano di nuovo.
Dopo pochi minuti, tutti i cacciatori stavano all’ingresso della grotta e tra loro il più bello era il re del paese, che si avvicinò ad Elisa: non aveva mai visto una ragazza più bella.
“Come sei arrivata qui, bella fanciulla?” le chiese.
Elisa non poteva parlare, ne andava di mezzo la salvezza e la vita dei suoi fratelli, quindi nascose le sue mani sotto il grembiule, perché il re non vedesse quanto soffriva.
“Vieni con me!” le disse “qui non puoi certo restare! Se sei buona quanto sei bella, ti rivestirò con seta e velluto, ti metterò una corona d’oro sul capo e tu abiterai nel più ricco dei miei castelli”.
Così dicendo la sollevò sul suo cavallo, mentre lei piangeva e si torceva le mani, ma il re disse: “Io voglio la tua felicità! Un giorno mi ringrazierai per questo!” e così ripartì verso i monti tenendola davanti a sé sul cavallo, seguito dai cacciatori.
Quando tramontò il sole, apparve la splendida capitale, ricca di chiese e cupole ed il re condusse la fanciulla al castello, dove grandi fontane zampillavano negli alti saloni di marmo, dove le pareti e i soffitti erano splendidamente affrescati, ma Elisa non vedeva nulla e piangeva sconsolata.
Senza opporsi, lasciò che le dame di corte la rivestissero di abiti regali, le intrecciassero perle nei capelli e le infilassero morbidi guanti sulle dita bruciate.
Così vestita, appariva di una bellezza insuperabile, tutta la corte le si inchinò con una riverenza molto profonda ed il re la chiamò sua sposa, sebbene l’arcivescovo scuotesse il capo, commentando che la bella fanciulla del bosco in realtà era certo una strega che aveva accecato gli occhi di tutti e sedotto il cuore del re.
Il re non lo ascoltò, la circondò di musica, pietanze squisite e danze, ma Elisa non sorrise mai, e neppure nei suoi occhi: c’era posto solo per il dolore, per sempre per I suoi fratelli.
Poi il re aprì una stanza che si trovava vicino alla camera da letto di Elisa: era tappezzata di preziosi tendaggi verdi che la facevano assomigliare alla grotta in cui era stata; sul pavimento c’era il fascio di fibre che aveva ricavato dalle Ortiche e dal soffitto pendeva la tunica già terminata.
Tutto questo era stato raccolto da un cacciatore per pura curiosità.
“Qui puoi ripensare alla tua vecchia dimora” le disse il re. “Questa è l’attività che ti teneva occupata allora; adesso, in tanto lusso, ti divertirai a ripensare a quei tempi!”
Non appena Elisa vide quegli oggetti, che le stavano tanto a cuore, si mise a sorridere ed il sangue le ravvivò le guance; pensò alla salvezza dei fratelli e baciò la mano del re, che la abbracciò con forza e fece suonare tutte le campane per annunciare il matrimonio: la bella fanciulla muta del bosco diventava la regina del paese!
L’arcivescovo sussurrò parole cattive all’orecchio del re, ma queste non gli raggiunsero il cuore ed il matrimonio venne celebrato.
Ma su Elisa gravava sempre una pena ben più pesante, il dolore per i suoi fratelli, e la sua bocca restò muta, una sola parola avrebbe infatti ucciso i fratelli.
Ogni giorno il re le voleva più bene, ma Elisa ogni notte si allontanava da lui e si recava nella cameretta che somigliava alla grotta, e lì tesseva una tunica dopo l’altra, e stava cominciando la settima, quando restò senza fibra.
Sapeva che nel cimitero crescevano le Ortiche che lei doveva usare, ma doveva coglierle lei stessa quindi, col cuore tremante, come se stesse per compiere una cattiva azione, uscì in una notte di luna in giardino, attraversò i grandi viali, passò per le strade deserte fino al cimitero.
Su una delle tombe più grandi era seduto un gruppo di lamie, streghe cattive che si strappavano i vestiti come volessero fare il bagno e poi scavavano con le lunghe dita magre nelle tombe più fresche, tirandone fuori i corpi e mangiandone la carne.
Elisa dovette passare accanto a loro, che le lanciarono sguardi cattivi, ma lei recitò le sue preghiere, raccolse l’Ortica infuocata e la portò al castello.
Un solo uomo l’aveva vista, l’arcivescovo, che stava sveglio quando gli altri dormivano, il quale pensò di aver avuto ragione a sospettare della regina: era una strega che aveva sedotto il re e tutto il popolo.
In confessione riferì al re quanto aveva visto e quel che sospettava, e due lacrime solcarono le guance del sovrano, che tornò a casa col cuore pieno di dubbi: la notte fìngeva di dormire, ma i suoi occhi non riuscivano a trovare quiete, poiché si accorse che Elisa si alzava ogni notte e, seguendola, la vide scomparire nella cameretta.
Un giorno dopo l’altro il suo sguardo si faceva più scuro; Elisa, vedendolo, ne soffriva, sebbene non ne comprendesse la ragione, e soffriva tanto anche per i fratelli.
Elisa aveva quasi terminato il suo Lavoro, le mancava ancora una sola tunica, ma era rimasta nuovamente senza fibre e senza Ortiche.
Un’ultima volta doveva andare al cimitero a raccogliere qualche manciata di Ortiche, nonostante il terrore per le terribili lamie, ma la sua volontà era ferma.
Elisa dunque andò ed il re con l’arcivescovo la seguì, la vide sparire dietro l’inferriata del cimitero e, quando si avvicinò, vide la lamie sedute sulle tombe, proprio come le aveva viste la sua consorte.
Deluso dichiarò: “Il popolo giudicherà!”, ed il popolo decise che la regina fosse arsa tra le fiamme.
Dalle splendide sale del palazzo Elisa venne condotta in un carcere buio e umido, dove il vento sibilava tra le sbarre della finestra. Invece di seta e velluto le diedero i fasci di Ortica che aveva raccolto, per farle appoggiare il capo, ma lei ricominciò a lavorare e pregò il Signore.
Dalla strada i monelli le rivolgevano ingiurie, non un’anima la confortava con una buona parola.
Verso sera un’ala di cigno sfiorò l’inferriata: era il più giovane dei fratelli che aveva ritrovato la sorellina; lei singhiozzò forte per la gioia, sebbene sapesse che quella sarebbe stata probabilmente l’ultima notte per lei, ma ormai il lavoro era quasi terminato ed i suoi fratelli erano lì.
Giunse l’arcivescovo, per trascorrere con lei le ultime ore come aveva promesso al re, ma lei scosse la testa, e coi gesti e con gli occhi lo pregò di andarsene.
Infatti, quella notte doveva terminare il suo lavoro, altrimenti tutto sarebbe stato inutile, i dolori, le lacrime e le notti insonni. L’arcivescovo se ne andò pronunciando nuove cattiverie su di lei, ma la povera Elisa sapeva di essere innocente e continuò a lavorare.
I topolini correvano sul pavimento portando ai suoi piedi i fili di Ortica per aiutarla, il merlo si appollaiò sull’inferriata e cantò per tutta la notte meglio che potè, perché lei non si scoraggiasse.
Non era ancora l’alba, mancava un’ora al sorgere del sole quando gli undici fratelli che si trovavano all’ingresso del castello chiesero di essere condotti dal re.
“Non è possibile!” fu risposto “è ancora piena notte, il re dorme e non può essere svegliato”.
Loro supplicarono, minacciarono, giunse la sentinella; persino il re uscì e chiese che cosa stesse succedendo, ma in quel momento il sole sorse ed i fratelli non si videro più: sul castello volavano undici cigni bianchi.
Tutto il popolo affluiva alla porta della città per vedere bruciare la strega, Elisa, che arrivò su un carretto tirato da un misero cavallo, vestita con una tela di sacco ruvida, i lunghi e bei capelli sciolti intorno al viso grazioso, le guance pallide come la morte, le labbra che si muovevano piano, mentre le dita intrecciavano la verde fibra: persino andando verso la morte non aveva smesso il suo lavoro, le dieci tuniche giacevano ai suoi piedi, e lei stava terminando l’undicesima.
Il volgo la ingiuriava:
“Guardate la strega! come borbotta! Non ha il libro dei salmi con sé, no, è circondata dai suoi luridi sortilegi. Strappateglieli in mille pezzi!”
E tutti si spinsero verso di lei e le volevano strappare il lavoro; allora giunsero undici cigni bianchi in volo e circondarono il carretto sbattendo le grandi ali, così allontanarono la folla spaventata.
“È un segno del cielo! È sicuramente innocente!” sussurravano in molti, ma nessuno osò dirlo a voce alta.
Il boia la afferrò per una mano, allora lei gettò in fretta le undici tuniche sui cigni e subito apparvero undici bellissimi principi.
Il più giovane aveva però ancora un’ala di cigno al posto del braccio, perché Elisa non aveva ancora potuto tessere una manica all’ultima tunica.
“Adesso posso parlare!” esclamò. “Sono innocente!”
E il popolo, che aveva visto l’accaduto, si inchinò davanti a lei come davanti ad una santa, ma lei cadde svenuta tra le braccia dei fratelli, dopo tutta quella tensione, quell’angoscia, quel dolore.
“Sì, è innocente!” disse il fratello maggiore e raccontò tutto quel che era successo.
Mentre lui parlava si sparse nell’aria un profumo come di migliaia di rose: ogni piccolo legno del rogo aveva messo radici e fioriva.
Ora era un cespuglio alto e profumato di rose rosse, ed in cima c’era un fiore bianco e luminoso come una stella, che il re colse e mise sul seno di Elisa, risvegliandola immediatamente col cuore pieno di pace e di felicità.
Tutte le campane delle chiese suonarono da sole e gli uccelli sopraggiunsero a stormi in direzione del castello: si formò un corteo nuziale così lungo, che nessun re mai aveva visto l’eguale. »

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Nel folklore sassone, le Ortiche venivano usate per respingere le frecce elfiche, mentre in tutta Europa, venivano gettate nel fuoco per proteggersi dai fulmini, una pratica associata appunto al dio norreno Thor.
Invece, nella tradizione irlandese, l’Ortica è conosciuta come il “Grembiule del Diavolo” (perché credevano che Satana si proteggesse con la pianta) o i “Rebbi del forcone del Diavolo”, a causa della sua reputazione di causare una dolorosa e vescicante puntura al tatto.
Inoltre, si pensava che i cespugli di Ortiche indicassero l’ingresso alle dimore delle fate e venivano usati per proteggersi dai loro scherzi.
Lo scrittore romano del I secolo, Caio Petronio, affermava che la virilità di un uomo migliorava ,se veniva frustato con l’Ortica sotto i reni.
Invece, nel Medioevo si credeva che l’Ortica potesse migliorare la crescita dei capelli: bastava spremere il succo dalle foglie ed immergete i denti del pettine nel succo ogni mattina.
Poi, si doveva pettinare i capelli nel verso sbagliato e, a quanto pare, questo ne acceleravaa la crescita.
Portando con sé Ortica e Myriophyllum (comunemente conosciuto come Millefoglio d’acqua) si scaccia sia la paura che gli spiriti maligni.
In Tirolo, raccogliere Ortiche prima dell’alba, poteva tenere lontani gli spiriti maligni dal bestiame; mentre in Galles, si usava mettere una manciata delle sue foglie sotto il cuscino di un malato: il giorno dopo, quelle verdi indicavano la guarigione, mentre quelle marroni la morte del paziente.

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Sognare di essere punto dalle Ortiche, significa che sarai irritato e deluso; se sogni di raccoglierle, indica che qualcuno ha una buona opinione di te; se sei sposato e fai sogni del genere, significa che avrai armonia in famiglia.
I nativi americani utilizzavano l’Ortica come elemento comico, contro l’arroganza maldestra di un personaggio imbroglione, o la stupidità ingenua di una delle sue vittime, che si concludeva con una caduta ignominiosa tra questa pianta.
In realtà, l’Ortica era molto importante a livello cerimoniale, soprattutto nel Pacifico nord-occidentale, dove gli uomini si strofinavano le sue foglie sul corpo durante i rituali di pesca, caccia alle balene e caccia alle foche.
Ciò serviva a donare forza, a proteggere dalle intemperie o mascherare gli odori umani.
In California, nella tribù Kawaiisu, l’Ortica era una delle numerose erbe considerate fonte di potere onirico, quindi una persona che desiderava avere una visione doveva camminare tra le piante di Ortica in modo che le punture la preparassero ai sogni.
Nel Linguaggio dei Fiori vittoriano, l’Ortica significava “calunnia”, mentre in altre tradizioni è simbolo di “desolazione ed inaccessibilità”.

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In Esoterismo, l’ Ortica è molto apprezzata da tanto tempo, da quando veniva raccolta da guaritori, che camminavano a piedi nudi lungo le rive delle foreste e da streghe che si affidavano alle proprie ferite per ricevere insegnamenti.
Le sue origini sono intrecciate con racconti di protezione e forza nascosta, e possedere l’Ortica significava custodire un segreto della terra stessa: un segreto di sopravvivenza ricco di ferro, di ossa saldate con minerali estratti dal suolo profondo, di resilienza che non chiede nulla di morbido in cambio.
La sua presenza nei rituali non era mai semplicemente erbacea, era un voto, la volontà di affrontare il disagio in cambio del potere.
Per le sue potenti proprietà di protezione energetica, nei rituali e negli incantesimi, funge da potente strumento per dissipare energie improduttive o negative, purificando efficacemente l’aura e l’ambiente circostante.
Che si tratti di disturbi fisici o di stress emotivo, si ritiene che posizionare Ortica secca nelle vicinanze favorisca la guarigione, creando una barriera protettiva contro le forze malevole.
Si possono appendere mazzi di Ortica in giro per casa, ai vestiti o spargerli in macchina per protezione.
Con essi si possono creare confine negli Anelli magici, o possono essere usati per attivare magicamente e dare energia ad un nuovo progetto o iniziativa.
L’Ortica è anche ottima per purificare gli spazi da rabbia ed abusi, ed è anche dotata di proprietà magiche nell’ambito degli esorcismi e persino della lussuria.
Poiché è efficace anche per gli aspetti fisici del dolore, può essere utilizzata per alleviare il dolore spirituale o emotivo.
Questa pianta è considerata una protettrice contro il male, proteggendo i praticanti dai pericoli e favorendo un senso di resilienza e forza.
Viene quindi spesso incorporata in incantesimi, rituali e pozioni volti a rafforzare la resilienza, allontanare influenze indesiderate e favorire la crescita personale.
Alcuni esoteristi usano le Ortiche nelle pratiche divinatorie: lanciano le sue foglie in aria ed osservano il disegno che formano quando cadono, per ottenere intuizioni o risposte a domande.
In alcune pratiche magiche europee, si crede che le Ortiche possano proteggere dalle malefatte delle fate e di altri esseri soprannaturali.
Pertanto, spesso l’Ortica viene piantata intorno alle case, o indossata come amuleto protettivo.

Filato di Ortica biologico by NaturalEthics-Etsy
L’Ortica è associata anche all’amore ed alla fertilità, quindi viene usata negli incantesimi d’amore o per favorire la crescita di una relazione romantica.
Le streghe, che cercano forza e coraggio nella loro pratica, possono fare appello alla potente energia dell’Ortica, poiché il suo uso storico negli incantesimi legati alla battaglia è giunto fino ai tempi moderni, dove viene utilizzata per rafforzare la forza interiore ed il coraggio.
Quindi, portare con sé l’Ortica in una bustina, o aggiungerla alla propria tisana quotidiana, può dare la forza di superare gli ostacoli ed affrontare le sfide con rinnovata resilienza.
L’Ortica è una pianta per chi ha bisogno di rivendicare il proprio spazio senza scuse, per rafforzare i confini con le persone che ti stanno prosciugando, quando hai bisogno di sentirti più sveglio, vigile e radicato.
Aggiungi o porta sempre con te l’Ortica, per dire NO con autorità.
Nel “lavoro ombra” (“shadow work” una pratica psicologica trasformativa, basata sulle teorie di Carl Jung, che mira ad esplorare, accettare ed integrare gli aspetti nascosti, negati o repressi della propria personalità in quanto, identificando emozioni “oscure” come invidia, rabbia o paure, si riducono autosabotaggi e reazioni inconsce, promuovendo autoconoscenza, guarigione interiore e crescita personale), l’Ortica affronta le tendenze a compiacere gli altri e ripristina il proprio fuoco interiore.

Radice di Ortica biologica by HERBSLIFE-Etsy
Tra i vari rituali, troviamo:
💥 Invocazione della forza 💥
Quando hai bisogno di attingere alla tua forza interiore ed al tuo coraggio, crea un incenso a base di Ortica da bruciare durante la tua meditazione o il tuo rituale. Macina l’Ortica essiccata fino ad ottenere una polvere fine e combinala con Rosmarino ed Alloro. Mentre l’incenso brucia, concentrati sull’attrarre la forza dell’Ortica nel tuo nucleo, riempiendoti della sua potente energia.
💥Incantesimi di protezione💥
≅ Incantesimo 1. Crea un potente amuleto protettivo, mettendo una manciata di Ortica essiccata in un piccolo sacchetto di tessuto naturale (mojo). Porta questo sacchetto con te, o mettilo sotto il cuscino di notte per proteggerti da incubi ed attacchi psichici. Puoi anche appenderlo vicino alla porta d’ingresso, per impedire alle energie negative di entrare in casa.
≅ Incantesimo 2. Crea un amuleto protettivo rapido ed efficace, mettendo alcune foglie essiccate di Ortica in un piccolo barattolo di vetro. Sigilla il barattolo con cera di candela nera, concentrando l’intenzione sulla protezione. Tieni il barattolo in casa o portalo con te per una protezione continua dalle energie negative.

Sapone all’Ortica puro dalla Sardegna by ARKAIAnaturals-Etsy
💥 Rituale di purificazione💥
Prepara un bagno spirituale per purificare il tuo campo energetico, facendo bollire le foglie di Ortica in una pentola d’acqua e lasciandole in infusione. Filtra il liquido e versalo nell’acqua della vasca. Mentre ti immergi, visualizza qualsiasi energia negativa assorbita dall’Ortica e rilasciata dal tuo corpo. Dopo il bagno, getta l’Ortica in un luogo naturale all’aperto, a simboleggiare la rimozione della negatività dalla tua vita.
💥 Rituale per eliminare l’energia stantia o ostile💥
Brucia l’Ortica secca con Rosmarino e Ginepro.
💥 Rituale di taglio del cordone ombelicale (procedimento lungo ma efficace)💥
Raccogli le Ortiche mature a fine estate, indossando i guanti. Rimuovi le foglie facendo scorrere le mani lungo il gambo, possibilmente strappando via i peli urticanti. Schiaccia i gambi vengono schiacciati, per esempio con un bastone o una pietra, per rompere il midollo legnoso all’interno. Stacca lo strato esterno di rafia (le fibre) dal midollo interno, creando nastri lunghi e resistenti. Fai essiccare le fibre leggermente inumidite ed attorcigliate in cordami. Finito il tutto, sappi che questo è un processo, che trasforma una pianta che causa dolore in uno strumento che porta conforto o utilità. Infatti, l’Ortica è associata alla rottura della stagnazione ed al “taglio” di vecchi schemi morti, così come avviene quando la fibra viene separata dagli scarti. Quindi, la corda di Ortica viene utilizzata per proteggere dalle influenze negative, per rimuovere o respingere le maledizioni, ma soprattutto per fare un “taglio simbolico” quando serve coraggio per recidere legami logoranti. La Magia dell’Ortica taglia il cordone ombelicale in modo netto, ma ti lascia più forte dopo.

Foglie di Ortica selvatica essiccata by AgoraMarketGR-Etsy
💥 Rottura/inversione delle maledizioni 💥
Partendo dal presupposto che qualsiasi cosa dannosa indirizzata verso l’Ortica rimbalzi, riportando tutto il male alla fonte, prepara un Barattolo degli Incantesimi.
Occorrente:
⇒Barattolo di vetro con coperchio
⇒Ortica secca (grande quantità)
⇒Intenzione scritta su un piccolo pezzo di carta da inserire all’interno del barattolo, su ciò che desideri allontanare e il tuo desiderio di pace
⇒Frammenti di specchio
⇒Schegge di Ossidiana
⇒Schegge di Quarzo ialino
⇒Sale nero
⇒Sale marino
⇒Rosmarino
⇒Salvia
⇒Chiodi di Garofano
⇒Alloro
⇒Menta piperita
⇒Frammenti di gusci di uova (Cascarilla)
Procedimento:
Assicurati che il barattolo sia pulito ed asciutto prima di iniziare.
Posiziona il materiale più pesante sul fondo, disponi le erbe ed i simboli sopra, ed alla fine metti l’Ortica.
Concentrati sull’obiettivo, di creare una vita tranquilla e protetta, allontanando e respingendo al mittente il male.
Chiudi bene il coperchio, sigillandolo con la cera di una candela nera.
Metti intorno al collo del barattolo un cordino nero, per “legare” l’energia protettiva all’interno.
Tieni il Barattolo in una zona tranquilla della casa, come una libreria o un davanzale, dove non verrà disturbato.
La sua presenza spezzerà le maledizioni, interrompendo i modelli energetici dannosi.

Semi di Ortica dioica by TheForestHerbs-Etsy
💥 Bagno spirituale Hoodoo💥
Nelle pratiche Hoodoo, si ritiene che l’Ortica spezzi i sortilegi, fermi le maledizioni ed inverta il corso del male.
Per certi tipi di lavoro, però, si dovrebbe adottare un approccio “interno ed esterno”, in cui si applica qualcosa esternamente, sotto forma di oli per l’unzione, bagni spirituali o fumo d’incenso, ed anche internamente, tramite ingestione.
Quindi, il modo più logico per farlo, è preparare due tazze di tisana, una da bere con l’aggiunta di Menta piperita che migliori il suo sapore, e l’altra da aggiungere ad un bagno caldo.
Infatti la Menta, oltre ad essere una meravigliosa erba anti-sfortuna, è un’ottima aggiunta quando qualcuno ha bisogno di essere più lucido e di liberarsi da pensieri autolesionistici e circoli viziosi.
La tisana servirà a spezzare e sciogliere il malocchio, soprattutto se nel tempo la sua potenza ha contribuito al malessere, o abbia danneggiato la prospettiva ed il senso di ottimismo della vittima.
Preparazione: Usare Ortica e Menta in parti uguali e lasciare le foglie in infusione in acqua appena bollita, per circa 10 minuti. Ricordarsi di prepararne una doppia dose, in modo da poterne bere una ed aggiungere l’altra all’acqua della vasca per un bagno spirituale, con l’aggiunta di una manciata di sale benedetto o di sali di Epsom.
💥 Spezza-Maledizioni Hoodoo💥
Mescolare Ortica, Menta, Ruta, Agrimonia, radici o legno di Evonimo, Sale nero, e spargere il tutto in casa, per spezzare le maledizioni e le sventure lanciate da gente malefica.
💥 Rito Hoodoo per rottura maledizione personale💥
Se sai che è stata lanciata una maledizione su di te, da qualcuno che ha utilizzato i tuoi capelli o residui personali (tipo unghie), mescola Ortica, Menta e Terra di cimitero, per poi cospargerli leggermente sui tuoi capelli e vestiti per una notte.
Il giorno dopo, prima dell’alba, spazzola via la miscela, poi fai una fumigazione su te stesso ed i tuoi vestiti, con uno smudge preparato con Issopo, pepe nero, Ruta, Salvia nera o Artemisia, Biancospino, Amaranto, Rosmarino, Cedro e Ginepro.
Infine, bevi una tazza di tisana preparata con 1 parte di Ortica ed 1 di Menta.

PIANETA: Marte
ELEMENTO: Fuoco – Terra
SEGNO ZODIACALE ASSOCIATO: Ariete, Scorpione, Capricorno
CHAKRA: 6 Ajna (C. del Terzo Occhio)





























































































